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Il volontario
Essere volontario è questione di dono, di gratuità, di azione che va verso
l’altro per un bene di tutti, per il fatto che ci si sente corresponsabili per
i destini degli altri.
Il nostro volontario ha in sè una forza tale che lo spinge ad attivarsi
concretamente per migliorare la società trasformandola in comunità
riconosciuta per nome, per la sua unicità e dignità.
Molteplici sono i rami in cui si snoda la sua azione.
Il volontario Aurlindin deve prima di tutto aver lavorato su se stesso e aver
trasformato i suoi limiti in punti di forza, le sue ombre in punti di luce. Solo
dopo aver effettuato un profondo lavoro interiore potrà attraversare le proprie esperienze ed
andare incontro all’altro.
Al primo punto c’è il desiderio di istituire il culto della morte che in
Italia, come in altri paesi ha lasciato il posto alla paura e all’omertà.
Comprendere e prepararsi alla morte significa definirla trapasso e in qualche
modo trasformarla da “macabra” strada senza uscita a “giocoso” passaggio
di luce.
Prepararsi al trapasso significa comprendere il senso della vita e reimpostare
la vita ristabilendo i giusti valori.
Spesso accade che per un incidente o una malattia si dica “ho visto in faccia
la morte” e questo da un senso diverso alla propria vita, si coglie la nuova
opportunità nascente.
Ecco, noi vogliamo far assaporare la morte per comprenderla senza necessariamente
incontrarla.
Il sostegno viene dato a quelle persone che stanno vivendo il percorso al
trapasso da parte di un congiunto o di una persona cara. Queste “figure” hanno un compito
importantissimo delicato e profondamente vissuto. A volte non si allontanano mai
dal letto del malato, sentono la tensione e la responsabilità. Devono mettere a
disposizione del malato tutta la loro forza ed energia ed arrivano al limite di
sopportazione psico-fisica. Noi siamo presenti per ascoltarli, sostenerli,
incoraggiarli. Non sempre ci
viene chiesto di sostituirli, ma spesso di affiancarli.
L’accompagnamento al trapasso è una fase molto delicata ed importante della
vita di un uomo. È un passaggio e questo passaggio deve essere sostenuto con
completa serenità nell'unità del Corpo, della Mente e dello Spirito.
HOSPICE E LA FIGURA DEL VOLONTARIO
Dame Cicely Saunders fondò a
Londra, nel 1967, il primo hospice, il St. Christopher’s Hospice. In questo
Hospice, e in tutti gli altri sorti successivamente in Canada, negli Stati
Uniti, in Francia, Svizzera, Germania, Israele e nel resto del mondo, vengono
ricoverati malati che non possono più permanere, per motivi medici,
assistenziali, psicologici e/o sociali a casa propria, e che necessitano di un
"luogo d’amore" dove poter trovare soluzioni ai molti problemi che
affliggono le fasi terminali delle malattie inguaribili. Se l’inguaribilità
è l’elemento che caratterizza la fase della malattia, va sempre tenuto
presente che il prendersi cura della persona è il fondamento su cui si basano
gli hospice, protratto fino all’ultimo istante di vita.
Con il termine hospice si definiscono centri residenziali, facenti parte della
rete di assistenza ai malati terminali, per l’assistenza in ricovero
temporaneo di malati affetti da malattie progressive ed in fase avanzata, a
rapida evoluzione e a prognosi infausta per i quali ogni terapia finalizzata
alla guarigione o alla stabilizzazione della patologia non è più possibile o
comunque risulta inappropriata.
Il termine hospice, nella sua radice, richiama l'ospedale, ma con esso ha molto
poco in comune; in realtà sia l'ospedale che l' hospice si rifanno a quei
luoghi che fin dal Medio Evo erano deputati a fornire assistenza ai viandanti,
ai pellegrini in viaggio verso i luoghi santi della fede cristiana e che un po'
alla volta hanno acquisito una connotazione diversa, di luogo dove i poveri e i
malati potevano trovare rifugio, assistenza e conforto.
L’ hospice deve pertanto essere organizzato in modo da garantire il benessere
psicologico e relazionale del malato e dei suoi familiari, il comfort
ambientale, la sicurezza nell’utilizzo degli spazi e la tutela della privacy.
L’organizzazione dell’ hospice, inoltre, deve favorire la presenza e la
partecipazione dei familiari dei malati, permettendo loro l’accesso senza
limiti di orario; le strutture devono essere facilmente raggiungibili. E’ per
questo, per esempio, che negli hospice le camere di degenza sono singole con la
possibilità di pernottamento per un familiare e che, anche se realizzati in
zone periferiche e tranquille, avranno una dislocazione territoriale servita da
mezzi di trasporto pubblico.
Il miglioramento della qualità della vita del malato e dei suoi familiari deve
essere l’obiettivo costantemente perseguito da tutti gli operatori dell’
hospice.
Molte sono infatti le cose da fare: c'è da sedare il dolore e controllare gli
altri sintomi più fastidiosi; c'è da fornire assistenza, efficiente ma non
asettica ed indifferente; c'è da fornire sostegno attivo ed attento per
combattere la disperazione, la frustrazione, la depressione, la perdita
dell'autostima, la paura della morte; c'è da fornire sostegno sociale solerte e
competente, c'è da fornire sostegno spirituale indulgente e amorevole. Infine,
c'è da accompagnare alla morte il paziente, preparare i familiari e fornire,
poi, sostegno al loro lutto.
Ovviamente una serie di compiti così differenti fra loro non può essere svolta
da un numero limitato di persone, anche perché sono previste tali e tante
competenze che non possono essere riassunte in una o poche figure professionali.
Ecco perché in Hospice si lavora in équipe e tutte le figure operano in
maniera integrata per produrre sinergie, con compiti in parte specifici e in
parte comuni.
Il volontario in Hospice ha un ruolo insostituibile nell'équipe di intervento,
in quanto è, più di altri, coinvolto come persona nella relazione affettiva,
con una partecipazione empatica; è una persona che avvicina, per aiutare, una
persona sofferente che ha bisogno d’aiuto.
Egli può attuare specifici compiti socio-assistenziali, differenti e integrati
con quelli degli altri componenti dell'équipe; ma, soprattutto, non risentendo
della routine dell'istituzione, offre al malato una disponibilità che è
difficilmente realizzabile da qualsiasi altro operatore che da anni svolge il
proprio lavoro.
Il volontario deve essere formato e preparato nella relazione d’aiuto perché
il dilettantismo può nuocere al proprio equilibrio ed alla propria serenità.
E’ per questo che deve essere previsto un programma di sostegno e di aiuto per
il volontario, affinché possa svolgere proficuamente la propria attività a
favore ed a beneficio della persona sofferente inteso non solo il malato ma
anche i familiari.
L’elemento caratterizzante l’attività del volontario in Hospice è
soprattutto quello di far parte di un’équipe che opera per una medesima
finalità e che si confronta quotidianamente, in modo aperto, sugli obiettivi da
raggiungere: ovvero come riuscire a migliorare, pur in una situazione difficile
e problematica come quella terminale, la qualità della vita del malato e della
famiglia.
Dalle cose e dalle persone che operano in Hospice deve emanare un profondo
sentimento di solidarietà con il malato, che possa alleviare la sua sofferenza
e aiutare la sua famiglia in un momento così travagliato.
Il volontario è in grado di ascoltare e di comunicare con il malato e con la
sua famiglia; è la figura che rappresenta una sorta di cerniera fra il malato,
la sua famiglia e il resto del team; ed al quale spesso è più facile e riesce
più spontaneo esternare le proprie ansie, le paure, le incertezze, i dubbi che
non si ha il coraggio di esporre ai medici o agli infermieri e i bisogni, magari
quelli considerati più puerili, ma che possono avere un'enorme importanza nel
determinare la qualità dei momenti trascorsi in Hospice.
Parimenti, il volontario non può e non deve essere una figura che sostituisce
le carenze quantitative e/o qualitative dell’équipe dell’ Hospice;
peraltro, se ben inserito, saprà identificare e dare suggerimenti all’équipe
dell’ Hospice sui punti, i settori, gli elementi da migliorare in una logica
di continua tendenza verso la qualità delle cure offerte.
In ospedale, frequentemente, il volontario agisce come "in proprio",
vicariando la carente attenzione della struttura nei riguardi dei bisogni non
sanitari dell'ammalato, cercando di attenuare la sensazione di solitudine e di
indifferenza che spesso colpisce il paziente durante la degenza in una corsia.
Insomma, cercando di umanizzare, con la sua presenza e il suo operato, una
struttura che intimorisce e produce ansia.
Inoltre, il volontario rispetto agli altri componenti dell’équipe, ha
istituzionalmente un compito in più: quello di farsi ambasciatore e veicolo dei
sentimenti di solidarietà umana e partecipazione sincera che caratterizzano
l'ambiente e le persone che vi operano, di creare le premesse per l'instaurarsi
di un clima domestico che, rinforzato dai rapporti informali e franchi con tutto
il personale, favorisca l'adattamento del paziente alla permanenza in una
struttura di ricovero soffrendo il meno possibile la lontananza da casa.
In Hospice il volontario svolge un ruolo fondamentale anche nell'ambito dell'équipe,
quando, durante le periodiche riunioni di gruppo, viene delineato il piano
dell'intervento che per essere personalizzato necessita di un'approfondita
conoscenza di tutto lo spettro di bisogni espressi ed inespressi; in questo caso
il volontario dà la sua lettura da un'angolazione assolutamente originale.
Il volontariato in Hospice è una forma di supporto e sostegno con alcune
peculiarità, che richiede un impegno non comune, una grande sensibilità e una
formazione accurata per far acquisire la capacità di stabilire una relazione
corretta, equilibrata e discreta con l'ammalato e la sua famiglia.
Il compito che attende il volontario in Hospice è difficile e complesso, ma
egli non è solo e abbandonato a sè stesso; egli sa di essere parte integrante
di un programma che non combatte contro la morte, ma contro la sofferenza,
potendo sostenere, accompagnare, e favorire il recupero della dignità e
dell’umanità alla persona morente.
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