Associazione Aurlindin o.n.l.u.s.
Viale Murillo, 46  -  20149   Milano
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Il volontario

Essere volontario è questione di dono, di gratuità, di azione che va verso l’altro per un bene di tutti, per il fatto che ci si sente corresponsabili per i destini degli altri.
Il nostro volontario ha in sè una forza tale che lo spinge ad attivarsi concretamente per migliorare la società trasformandola in comunità riconosciuta per nome, per la sua unicità e dignità.
Molteplici sono i rami in cui si snoda la sua azione.
Il volontario Aurlindin deve prima di tutto aver lavorato su se stesso e aver trasformato i suoi limiti in punti di forza, le sue ombre in punti di luce. Solo dopo aver effettuato un profondo lavoro interiore potrà attraversare le proprie esperienze ed andare incontro all’altro.
Al primo punto c’è il desiderio di istituire il culto della morte che in Italia, come in altri paesi ha lasciato il posto alla paura e all’omertà.
Comprendere e prepararsi alla morte significa definirla trapasso e in qualche modo trasformarla da “macabra” strada senza uscita a “giocoso” passaggio di luce.
Prepararsi al trapasso significa comprendere il senso della vita e reimpostare la vita ristabilendo i giusti valori.
Spesso accade che per un incidente o una malattia si dica “ho visto in faccia la morte” e questo da un senso diverso alla propria vita, si coglie la nuova opportunità nascente.
Ecco, noi vogliamo far assaporare la morte per comprenderla senza necessariamente incontrarla.
Il sostegno viene dato a quelle persone che stanno vivendo il percorso al trapasso da parte di un congiunto o di una persona cara. Queste “figure” hanno un compito importantissimo delicato e profondamente vissuto. A volte non si allontanano mai dal letto del malato, sentono la tensione e la responsabilità. Devono mettere a disposizione del malato tutta la loro forza ed energia ed arrivano al limite di sopportazione psico-fisica. Noi siamo presenti per ascoltarli, sostenerli, incoraggiarli. Non sempre ci viene chiesto di sostituirli, ma spesso di affiancarli.
L’accompagnamento al trapasso è una fase molto delicata ed importante della vita di un uomo. È un passaggio e questo passaggio deve essere sostenuto con completa serenità nell'unità del Corpo, della Mente e dello Spirito.

HOSPICE E LA FIGURA DEL VOLONTARIO

Dame Cicely Saunders fondò a Londra, nel 1967, il primo hospice, il St. Christopher’s Hospice. In questo Hospice, e in tutti gli altri sorti successivamente in Canada, negli Stati Uniti, in Francia, Svizzera, Germania, Israele e nel resto del mondo, vengono ricoverati malati che non possono più permanere, per motivi medici, assistenziali, psicologici e/o sociali a casa propria, e che necessitano di un "luogo d’amore" dove poter trovare soluzioni ai molti problemi che affliggono le fasi terminali delle malattie inguaribili. Se l’inguaribilità è l’elemento che caratterizza la fase della malattia, va sempre tenuto presente che il prendersi cura della persona è il fondamento su cui si basano gli hospice, protratto fino all’ultimo istante di vita.
Con il termine hospice si definiscono centri residenziali, facenti parte della rete di assistenza ai malati terminali, per l’assistenza in ricovero temporaneo di malati affetti da malattie progressive ed in fase avanzata, a rapida evoluzione e a prognosi infausta per i quali ogni terapia finalizzata alla guarigione o alla stabilizzazione della patologia non è più possibile o comunque risulta inappropriata.
Il termine hospice, nella sua radice, richiama l'ospedale, ma con esso ha molto poco in comune; in realtà sia l'ospedale che l' hospice si rifanno a quei luoghi che fin dal Medio Evo erano deputati a fornire assistenza ai viandanti, ai pellegrini in viaggio verso i luoghi santi della fede cristiana e che un po' alla volta hanno acquisito una connotazione diversa, di luogo dove i poveri e i malati potevano trovare rifugio, assistenza e conforto.
L’ hospice deve pertanto essere organizzato in modo da garantire il benessere psicologico e relazionale del malato e dei suoi familiari, il comfort ambientale, la sicurezza nell’utilizzo degli spazi e la tutela della privacy.
L’organizzazione dell’ hospice, inoltre, deve favorire la presenza e la partecipazione dei familiari dei malati, permettendo loro l’accesso senza limiti di orario; le strutture devono essere facilmente raggiungibili. E’ per questo, per esempio, che negli hospice le camere di degenza sono singole con la possibilità di pernottamento per un familiare e che, anche se realizzati in zone periferiche e tranquille, avranno una dislocazione territoriale servita da mezzi di trasporto pubblico.
Il miglioramento della qualità della vita del malato e dei suoi familiari deve essere l’obiettivo costantemente perseguito da tutti gli operatori dell’ hospice.
Molte sono infatti le cose da fare: c'è da sedare il dolore e controllare gli altri sintomi più fastidiosi; c'è da fornire assistenza, efficiente ma non asettica ed indifferente; c'è da fornire sostegno attivo ed attento per combattere la disperazione, la frustrazione, la depressione, la perdita dell'autostima, la paura della morte; c'è da fornire sostegno sociale solerte e competente, c'è da fornire sostegno spirituale indulgente e amorevole. Infine, c'è da accompagnare alla morte il paziente, preparare i familiari e fornire, poi, sostegno al loro lutto.
Ovviamente una serie di compiti così differenti fra loro non può essere svolta da un numero limitato di persone, anche perché sono previste tali e tante competenze che non possono essere riassunte in una o poche figure professionali.
Ecco perché in Hospice si lavora in équipe e tutte le figure operano in maniera integrata per produrre sinergie, con compiti in parte specifici e in parte comuni.
Il volontario in Hospice ha un ruolo insostituibile nell'équipe di intervento, in quanto è, più di altri, coinvolto come persona nella relazione affettiva, con una partecipazione empatica; è una persona che avvicina, per aiutare, una persona sofferente che ha bisogno d’aiuto.
Egli può attuare specifici compiti socio-assistenziali, differenti e integrati con quelli degli altri componenti dell'équipe; ma, soprattutto, non risentendo della routine dell'istituzione, offre al malato una disponibilità che è difficilmente realizzabile da qualsiasi altro operatore che da anni svolge il proprio lavoro.
Il volontario deve essere formato e preparato nella relazione d’aiuto perché il dilettantismo può nuocere al proprio equilibrio ed alla propria serenità. E’ per questo che deve essere previsto un programma di sostegno e di aiuto per il volontario, affinché possa svolgere proficuamente la propria attività a favore ed a beneficio della persona sofferente inteso non solo il malato ma anche i familiari.
L’elemento caratterizzante l’attività del volontario in Hospice è soprattutto quello di far parte di un’équipe che opera per una medesima finalità e che si confronta quotidianamente, in modo aperto, sugli obiettivi da raggiungere: ovvero come riuscire a migliorare, pur in una situazione difficile e problematica come quella terminale, la qualità della vita del malato e della famiglia.
Dalle cose e dalle persone che operano in Hospice deve emanare un profondo sentimento di solidarietà con il malato, che possa alleviare la sua sofferenza e aiutare la sua famiglia in un momento così travagliato.
Il volontario è in grado di ascoltare e di comunicare con il malato e con la sua famiglia; è la figura che rappresenta una sorta di cerniera fra il malato, la sua famiglia e il resto del team; ed al quale spesso è più facile e riesce più spontaneo esternare le proprie ansie, le paure, le incertezze, i dubbi che non si ha il coraggio di esporre ai medici o agli infermieri e i bisogni, magari quelli considerati più puerili, ma che possono avere un'enorme importanza nel determinare la qualità dei momenti trascorsi in Hospice.
Parimenti, il volontario non può e non deve essere una figura che sostituisce le carenze quantitative e/o qualitative dell’équipe dell’ Hospice; peraltro, se ben inserito, saprà identificare e dare suggerimenti all’équipe dell’ Hospice sui punti, i settori, gli elementi da migliorare in una logica di continua tendenza verso la qualità delle cure offerte.
In ospedale, frequentemente, il volontario agisce come "in proprio", vicariando la carente attenzione della struttura nei riguardi dei bisogni non sanitari dell'ammalato, cercando di attenuare la sensazione di solitudine e di indifferenza che spesso colpisce il paziente durante la degenza in una corsia. Insomma, cercando di umanizzare, con la sua presenza e il suo operato, una struttura che intimorisce e produce ansia.
Inoltre, il volontario rispetto agli altri componenti dell’équipe, ha istituzionalmente un compito in più: quello di farsi ambasciatore e veicolo dei sentimenti di solidarietà umana e partecipazione sincera che caratterizzano l'ambiente e le persone che vi operano, di creare le premesse per l'instaurarsi di un clima domestico che, rinforzato dai rapporti informali e franchi con tutto il personale, favorisca l'adattamento del paziente alla permanenza in una struttura di ricovero soffrendo il meno possibile la lontananza da casa.
In Hospice il volontario svolge un ruolo fondamentale anche nell'ambito dell'équipe, quando, durante le periodiche riunioni di gruppo, viene delineato il piano dell'intervento che per essere personalizzato necessita di un'approfondita conoscenza di tutto lo spettro di bisogni espressi ed inespressi; in questo caso il volontario dà la sua lettura da un'angolazione assolutamente originale.
Il volontariato in Hospice è una forma di supporto e sostegno con alcune peculiarità, che richiede un impegno non comune, una grande sensibilità e una formazione accurata per far acquisire la capacità di stabilire una relazione corretta, equilibrata e discreta con l'ammalato e la sua famiglia.
Il compito che attende il volontario in Hospice è difficile e complesso, ma egli non è solo e abbandonato a sè stesso; egli sa di essere parte integrante di un programma che non combatte contro la morte, ma contro la sofferenza, potendo sostenere, accompagnare, e favorire il recupero della dignità e dell’umanità alla persona morente.